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Creazione siti web per medici, chirurghi e odontoiatri
Per esercitare la professione medica è necessario intraprendere un lungo percorso formativo che passa necessariamente per la laurea in medicina e chirurgia.
Per poi proseguire con l'esame di abilitazione professionale e può ulteriormente continuare con la scuola di specializzazione e il dottorato di ricerca.
Pasiamo allora in rassegna le diverse tappe dell'iter formativo degli aspiranti medici, partendo dal principio che è la laurea in medicina.
Il numero chiuso e il test di ingresso
Come è noto, per accedere al corso di laurea in medicina e chirurgia i futuri aspiranti medici devono superare un test di ingresso.
A partire dalla metà degli anni ottanta, tutte le università italiane prevedono infatti per tale percorso di studi la regola del numero chiuso, detto anche numero programmato.
Quella sul numero chiuso è, perlomeno nel nostro Paese, un'annosa querelle su cui conviene, almeno brevemente, soffermarsi.
Il principio del numero chiuso viene solitamente giustificato sulla base di due argomenti in larga misura condivisibili.
Per prima cosa, formare un medico è un processo particolarmente lungo e dispendioso, sia per il singolo aspirante sia per il sistema universitario nel suo complesso.
Sarebbe quindi irragionevole che le facoltà di medicina sfornassero medici laureati in numero superiore a quelli che il mercato è effettivamente in grado di assorbire, con il rischio che, dopo molti anni di studio, i laureati medici, chirurghi o odontoiatri non trovino un impiego.
Conviene allora limitare gli ingressi alla facoltà di medicina, facendo in modo che vi abbiano accesso solo i candidati migliori.
Il secondo argomento collega il numero chiuso alla qualità dell'offerta formativa.
Per garantire certi standard qualitativi, il numero degli studenti va commisurato alle strutture didattiche e al corpo docente di cui ogni singola università può disporre.
Tale principio vale naturalmente per tutte le facoltà, ma in modo particolare per quella di medicina.
Quest'ultima prevede infatti un piano formativo che non può prescindere da un elevato numero di ore di attività di laboratorio e di tirocinio pratico.
Se per i medici, chirurghi e odontoiatri l'accesso a medicina fosse libero, si sostiene, molte facoltà italiane non disporrebbero di strutture adeguate e non sarebbero in grado di garantire a tutti i propri aspiranti l'opportunità di un qualificato tirocinio in ambito ospedaliero.
I due argomenti appena presentati costituiscono la giustificazione, per così dire, ufficiale del numero chiuso.
Tuttavia, è opinione diffusa che esso serva anche, se non principalmente, a difendere gli interessi della classe professionale.
Così come per tante altre categorie professionali, è d'altronde del tutto plausibile che i medici abbiano interesse a limitare l'accesso alla professione.
I piccoli numeri promettono infatti benefici non solo sul piano strettamente economico, minore è l'offerta, maggiore sarà la richiesta del mercato.
Ma anche in termini di controllo professionale, perché se i numeri sono ridotti è più agevole per l'Ordine dei Medici e Odontoiatri tenere sotto controllo tutti i propri iscritti.
Nel nostro Paese il tema del numero chiuso a medicina è da tempo al centro di un acceso dibattito.
Negli ultimi vent'anni, a favore dell'abolizione del numero chiuso per le iscrizioni alla facoltà di medicina si sono costituite associazioni, si sono mobilitati i sindacati studenteschi, sono state organizzate petizioni e raccolte firme, in una delle quali erano presenti anche due premi Nobel.
Tra le argomentazioni di chi è contrario al numero chiuso vi è quella della sua presunta incostituzionalità.
Il numero programmato, viene sostenuto, violerebbe in particolare l'articolo 34 della Costituzione italiana, in cui si dichiara che "la scuola è aperta a tutti".
Su questo aspetto si è tuttavia già espressa la Corte Costituzionale, che ha chiarito con la sentenza n. 383 del 1998 la legittimità costituzionale del numero programmato.
Nella stessa sentenza si sollecitava tuttavia un'organica sistemazione legislativa della materia, giunta con la legge n. 264 del 1999, con cui si stabilisce chiaramente che gli accessi ad alcuni particolari corsi di laurea, tra cui quello di medicina e chirurgia per medici e chirurghi, devono essere determinati a livello nazionale.
Da allora, il Ministero dell'Istruzione emana ogni anno un decreto in cui stabilisce per ogni università italiana, sia pubblica che privata, il numero massimo di aspiranti che si possono iscrivere al corso di medicina o chirurgia.
Nonostante l'approvazione della legge, i ricorsi presentati dagli aspiranti bocciati alle prove di ingresso non sono diminuiti.
Se nel corso degli anni novanta i ricorsi facevano leva soprattutto sull'illegittimità del numero chiuso, negli ultimi dieci anni le lamentele presentate si sono concentrate sulle modalità di espletamento della prova di ammissione e sulle presunte irregolarità a essa connesse.
Come si svolge il test d'ingresso alla facoltà di medicina per gli aspiranti medici, chirurghi e odontoiatri
La prova di ammissione alla facoltà di medicina per medici, chirurghi e odontoiatri consiste in un test scritto comprendente un'ottantina di domande a risposta multipla.
Per ogni domanda vengono fornite 5 opzioni di risposta, tra cui il candidato deve individuare quella correta.
Metà del test si compone di quesiti di cultura generale e di ragionamento logico, l'altra metà consiste in domande di biologia, chimica, fisica e matematica.
L'aspirante ottiene un punteggio differenziato per ogni risposta giusta, sbagliata o non data.
Le prove hanno una durata di 120 minuti, due ore in cui gli aspiranti si giocano molte ore di studio.
Proprio per l'importanza della posta in palio, non sorprende che negli anni siano nate varie iniziative tese a preparare gli studenti in previsione del test.
Oltre alle pubblicazioni che raccolgono quesiti ed esempi di prove d'esame con cui esercitarsi, in diverse città vengono organizzati veri e proprio corsi di preparazione al test di ammissione a medicina.
Alcuni corsi di preparazione ai test d'esame sono organizzati dalle stesse facoltà, altri sono forniti da società specializzate, ovviamente a pagamento.
Visti i prezzi di alcuni di questi corsi, i giornali hanno parlato di un vero e proprio "business" dei test di ammissione a medicina.
La durata del corso di laurea in medicina e chirurgia per medici, chirurghi e odontoiatri
Mentre la maggior parte delle facoltà italiane è transitata negli ultimi anni al cosiddetto "3+2", il corso di laurea in medicina per medici, chirurghi e odontoiatri è tra i pochi rimasti a ciclo unico.
Tale percorso di studi si articola infatti in 6 anni continui di corsi, al termine dei quali si consegue la laurea magistrale in medicina, chirurgia e odontoiatria.
Nella maggior parte degli atenei il corso di studi si struttura nel modo seguente: nel primo biennio si studiano le discipline di base cioè la fisica, la biologia, la chimica, la biochimica, l'istologia, l'anatomia e la fisiologia.
Negli anni successivi si approfondiscono le discipline cliniche, ovvero le diverse specialità medico-chirurgiche.
la medicina interna, la chirurgia generale, la patologia e la farmacologia.
Oltre agli insegnamenti di carattere teorico, sono previste più di 1.000 ore di tirocinio pratico, che si concentrano particolarmente negli ultimi anni di corso.
Novità degli ultimi anni è l'introduzione di corsi di laurea in medicina e chirurgia tenuti totalmente in inglese.
La prima università a offrire l'intero corso di laurea in inglese è stata Pavia, il cui esempio è stato poi seguito dalla Statale di Milano, dal San Raffaele di Milano e dalla Sapienza di Roma.
Caratteristica della facoltà di medicina è la bassa dispersione durante il percorso di studi dei futuri studenti.
Secondo gli ultimi dati forniti dal consorzio interuniversitario AlmaLaurea, la percentuale degli studenti in corso a medicina è superiore al 60%, valore in assoluto più alto di tutte le facoltà.
Il tasso di abbandono tra il primo e il secondo anno è appena del 3,5% e anche in questo caso medicina sopravanza tutte le altre facoltà, facendo segnare il valore minimo.
A veterinaria, che pure ha il numero chiuso, il tasso di abbandono è del 13%, a ingegneria del 20%, a giurisprudenza del 21% e del 24% a farmacia.
Per quanto riguarda il corso di laurea in medicina per medici, chirurghi e odontoiatri, gli studenti si laureano mediamente in 7 anni, a fronte di una durata formale del corso di studi che, come si è detto, è di 6 annualità.
La bassa dispersione dei futuri e ambiziosi medici è plausibilmente da addebitare non solo alla selezione all'entrata, ma anche alle modalità di insegnamento che prevedono l'alternanza di lezioni frontali e attività pratiche nelle strutture ospedaliere.
Le tasse per frequentare l'università di medicina
Dal punto di vista economico, frequentare medicina non è molto più dispendioso di quanto sia frequentare altre facoltà.
In alcuni atenei le tasse d'iscrizione sono uguali per tutte le facoltà, in altre università i costi variano invece a seconda del corso di laurea.
A Bologna, ad esempio, gli studenti di medicina pagano ogni anno circa 2.200 euro di tasse universitarie, poco più di quanto venga richiesto agli studenti di giurisprudenza o di ingegneria, ma decisamente meno di quanto costi un anno di corso in odontoiatria e protesi dentaria (circa 4.000 euro).
Poiché ogni università determina autonomamente le tasse d'iscrizione ai propri corsi di laurea, non stupisce che tra un ateneo e l'altro si riscontrino grandi differenze.
Accade così che studiare medicina in alcune sedi universitarie sia molto più costoso che in altre.
Frequentare un anno di medicina e chirurgia a Padova, eletta come migliore università del settore, costa all'incirca 2.500 euro, alla Sapienza di Roma costa in media 2.300 euro, e a Sassari, giudicata tra le più economiche università italiane, si pagano solo 900 euro all'anno.
Dunque, le differenze tra un ateneo e un altro sono molto significative.
Se queste sono più o meno le cifre richieste agli studenti negli atenei pubblici, ben diverso è il discorso relativo alle università private, dove le tasse d'iscrizione, a meno che non si usufruisca di una borsa di studio, sono decisamente più alte.
Al San Raffaele di Milano frequentare il corso di laurea in medicina e chirurgia costa mediamente 13.000 euro all'anno, più o meno la stessa cifra richiesta per iscriversi al primo anno del Campus Bio-Medico di Roma.
Alla Cattolica di Roma le tasse oscillano tra i 5.000 e i 9.500 euro annui, a seconda del reddito familiare.
L'esame di abilitazione per il medico, il chirurgo e l'odontoiatra
Per esercitare la professione non basta la laurea in medicina, gli aspiranti professionisti, una volta laureati, devono superare l'esame di abilitazione professionale.
Tale esame, che può essere sostenuto in due diverse sessioni ogni anno, si compone di una parte pratica e di una teorica.
La parte pratica consiste in un tirocinio obbligatorio di tre mesi: un mese in un reparto chirurgico, un mese in un reparto di medicina e un altro mese presso l'ambulatorio di un medico di base convenzionato con il Servizio Sanitario Nazionale.
Questo significa che i laureati in medicina devono mettere in conto, subito dopo la laurea, un periodo di tre mesi di tirocinio non retribuito.
La parte teorica dell'esame di abilitazione è rappresentata da un test scritto, che può essere sostenuto solo dopo aver completato positivamente il periodo di tirocinio e che si compone di 180 domande a risposta multipla, divise equamente tra area preclinica e area clinica, estratte da un archivio di 5.000 quesiti reso pubblico con almeno due mesi di anticipo rispetto alla data di svolgimento della prova.
Il tasso di bocciatura dei candidati che partecipano all'esame di Stato per l'abilitazione all'esercizio della professione medica risulta molto basso, solitamente inferiore al 5% del totale degli iscritti.
Superato l'esame di abilitazione professionale, i medici, i chirurghi e gli odontoiatri possono praticare la professione solo se risultano iscritti all'Ordine provinciale di riferimento e per poter esercitare, l'iscrizione all'albo è pertanto obbligatoria.
Contestualmente all'iscrizione all'Ordine, i professionisti devono obbligatoriamente iscriversi anche al fondo di previdenza generale dell'Enpam, che è l'Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza di medici chirurghi e odontoiatri.
Medici, hirurghi e odontoiatri in Italia sono troppi?
Fino a qualche anno fa si sosteneva che in Italia avessimo un numero di professionisti molto superiore rispetto a quello degli altri Paesi occidentali.
In Italia, secondo questa tesi, c'erano insomma, in relazione alla popolazione, troppi laureati in medicina che svolgevano la professione.
L'eccesso di camici bianchi era in larga misura dovuto alla "bolla" della seconda metà degli anni settanta e dei primi anni ottanta, quando si registrò un vero e proprio boom di neolaureati in medicina.
Fu proprio per porre freno a tale fenomeno che nel 1986 venne introdotto il numero chiuso per l'accesso al corso di laurea in medicina, chirurgia e odontoiatria.
Da qualche anno a questa parte circola però con sempre maggiore insistenza la tesi opposta: staremmo andando verso una preoccupante carenza di organico.
A lanciare l'allarme sono soprattutto i portavoce dell'ordine professionale e dei principali sindacati di categoria.
Nel nostro Paese, si sostiene, già adesso ci sono meno medici di quelli che servirebbero, soprattutto in alcune specialità, e la situazione, se non vi si porrà tempestivamente rimedio, si farà sempre più critica con il passare degli anni.
Chi valuta periodicamente medici, chirurghi e odontoiatri?
Nel corso della propria carriera, i medici, i chirurghi e gli odontoiatri dipendenti del servizio nazionale (tale discorso non vale per i professionisti in regime di convenzione) sono soggetti a valutazioni periodiche del proprio operato.
Tali valutazioni vengono effettuate da due organi distinti: il collegio tecnico e il nucleo di valutazione.
Il collegio tecnico è composto da 3 membri interni all'azienda: il direttore sanitario insieme con i responsabili di dipartimento e di unità operativa cui afferisce il professionista da valutare.
Tale organo procede alla valutazione del dirigente con cadenza triennale, o comunque alla scadenza dell'incarico.
All'esito della procedura di valutazione è condizionata la conferma dell'incarico, oppure il conferimento di incarichi di maggiore o minore rilievo.
Il nucleo di valutazione si compone di 3 membri, esterni all'azienda sanitaria, che siano esperti nel controllo di gestione.
A questo nucleo compete, con cadenza annuale, la verifica dei risultati raggiunti da tutte le strutture, sia semplici sia complesse.
Ad esso è legata la retribuzione di risultato, ovvero quella parte variabile dello stipendio correlata al raggiungimento degli obiettivi che la direzione generale, sempre con cadenza annuale, assegna a ciascuna articolazione aziendale.
L'accertamento di risultati di gestione negativi o l'inosservanza, da parte dei medici, chirurghi o odontoiatri, delle direttive impartite dall'azienda sono causa di revoca dell'incarico e comportano la perdita, in tutto o in parte, della retribuzione di risultato.
Orari di lavoro e turni di guardia dei medici, chirurghi e odontoiatri dipendenti del servizio sanitario nazionale italiano
Ho finora trattato le modalità di accesso alla professione medica, sia privata sia all'interno del Servizio Sanitario Nazionale.
Passiamo ora alle condizioni contrattuali dei professionisti dipendenti.
L'orario di lavoro è di 38 ore settimanali; di queste, 4 dovrebbero essere dedicate ad attività non assistenziale, ovvero ad attività di formazione o di ricerca.
Nel totale delle ore settimanali sono compresi anche i turni di guardia: è infatti previsto che il personale sia organizzato in turni, anche in orario notturno e nei giorni festivi, al fine di garantire il funzionamento continuativo dei reparti ospedalieri.
Gli unici dispensati sono i direttori di struttura complessa.
I turni di guardia non devono superare le 12 ore consecutive.
Il contratto collettivo nazionale prevede che, una volta terminato il proprio turno, al medico vengano concesse non meno di 11 ore di riposo prima di riprendere servizio.
In sostituzione dei turni di guardia in ospedale, ai medici può essere richiesto di prestare servizio di "pronta disponibilità": tale modalità prevede che il medico non stia fisicamente in ospedale, ma si impegni a essere reperibile telefonicamente e a raggiungere tempestivamente il proprio reparto in caso di necessità.